Le inchieste della procura di Perugia sul “caso Palamara” hanno trasmesso l’immagine di “una magistratura china su stessa, preoccupata di costruire consensi a uso interno, finalizzati all’attribuzione di incarichi”. Alcuni magistrati – certamente una minoranza – hanno svelato una “modestia etica” tale da far crollare la fiducia dei cittadini nell’intero mondo della Giustizia. E’ quindi l’ora di riformare severamente il Consiglio Superiore della Magistratura, di tornare al principio fondamentale di fedeltà alla Costituzione, di trovare uno scatto di reni per far recuperare “credibilità” alla magistratura che rischia, in questa sua caduta d’immagine, la sua autonomia e indipendenza.

E’ durissimo il “j’accuse” del presidente della Repubblica che non fa sconti alle toghe e, dal suo doppio ruolo di capo dello Stato e presidente del Csm, in un complesso discorso dal Quirinale parla espressamente di “anno difficile” per il mondo della Giustizia. Le conversazioni intercettate – e pubblicate – che hanno messo a nudo distorsioni, brame di potere e ferocissime lotte intestine al Csm, hanno turbato nel profondo Sergio Mattarella che oggi ha efficacemente illuminato le differenze che separano il “correntismo” che infesta l’organo di autogoverno dei magistrati dall’etica e l’attaccamento al dovere che ha pervaso alcuni “servitori dello Stato” uccisi negli anni ’80 dal terrorismo e dalla mafia.

Commemorando gli anniversari dell’uccisione dei magistrati Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini, Giudo Galli, Mario Amato, Gaetano Costa e Rosario Livatino, il presidente ha inviato un monito alle toghe di oggi: “la fedeltà alla Costituzione è l’unica fedeltà richiesta ai servitori dello Stato. L’unica fedeltà alla quale attenersi e sentirsi vincolati”. Un messaggio che parrebbe scontato ma che invece è necessario inviare per Mattarella, visto che l’inchiesta di Perugia “fornisce la percezione della vastità del fenomeno e fa intravedere un’ampia diffusione della grave distorsione sviluppatasi”.

E in tarda serata arriva la reazione dell’ex presidente dell’Anm Luca Palamara: “Chiedo di essere sentito per chiarire i fatti contestati ritengo di dover parlare a tutti e mi pare giusto farlo”, ha detto spiegando le ragioni per le quali ha chiesto di essere ascoltato dal comitato direttivo centrale dell’Anm che sabato prossimo si dovrà pronunciare sulla sua espulsione dal sindacato delle toghe. L’espulsione era stata chiesta dai probiviri proprio per le vicende emerse con l’inchiesta di Perugia a carico del magistrato.

Sulla stessa lunghezza d’onda del Presidente Mattarella si è espresso il ministro Alfonso Bonafede che ha in mano anche la spinosa riforma della Giustizia: “ogni intervento riformatore che stiamo per portare avanti, dalla riduzione dei tempi del processo alla revisione dell’ordinamento giudiziario, deve mirare a consegnare al cittadino una giustizia, non soltanto più efficiente e celere, ma anche e soprattutto più credibile attraverso il recupero della fiducia nella magistratura”.

Ma a dare con grande forza il senso della degenerazione che l’ambiente vive in queste settimane è stato il vice presidente del Csm David Ermini: “le garantisco, signor Presidente, che l’abbrutimento etico dell’ordine giudiziario ha nell’attuale Csm l’avversario più tenace e inflessibile. Contrastare ogni scoria correntizia e mantenere l’autogoverno nel solco tracciato dalla Carta costituzionale è già ora e ancor più lo sarà nei mesi a venire il nostro quotidiano assillo”, ha assicurato dal Quirinale.

“Si odono talvolta – ha poi detto Mattarella con un sottile “understatement” – esortazioni, rivolte al Presidente della Repubblica, perché assuma questa o quell’altra iniziativa, senza riflettere sui limiti dei poteri assegnati dalla Carta ai diversi organi costituzionali. In questo modo si incoraggia una lettura della figura e delle funzioni del Presidente difforme da quanto previsto e indicato, con chiarezza, dalla Costituzione”. E, soprattutto, non intendeva prima e non lo intenderà neanche nel prossimo futuro “ampliare” i poteri del Quirinale. “Non esistono motivazioni contingenti che possano giustificare l’alterazione della attribuzione dei compiti operata dalla Costituzione: qualunque arbitrio compiuto in nome di presunte buone ragioni aprirebbe la strada ad altri arbitri, per cattive ragioni”.




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