Commento a cura di Marco Greggio

avvocato, studio Greggio & Partners-avvocati d’impresa, Partner 24ORE

Il diffondersi del Coronavirus ha portato il Governo a adottare misure di contenimento che, salvo rare eccezioni, limitano fortemente le attività commerciali e produttive, con un’inevitabile contrazione dei ricavi di vendita delle imprese.

Si stanno moltiplicando gli inadempimenti delle imprese sia in tema di fornitura delle merci che di pagamenti: finito il periodo di sospensione dei termini processuali (per ora fissato al 15 aprile 2015) i tribunali saranno probabilmente sommersi da richieste di decreti ingiuntivi e dall’esplosione del contenzioso.


Secondo un recente rapporto di Cerved (1 ), che ha analizzato i bilanci (del 2018) di 720 mila società di capitali (che generano un valore aggiunto pari a un terzo del Pil italiano), le imprese italiane potrebbero perdere tra i 270 e i 650 miliardi di fatturato nel biennio 2020-21, a seconda della durata dell’epidemia e della velocità di reazione del nostro sistema. Cerved ha elaborato due scenari: uno più “cauto”, secondo il quale l’emergenza sanitaria durerebbe fino a giugno e sarebbero necessari due mesi per tornare a una situazione di normalità; l’altro “pessimistico”, secondo il quale l’emergenza durerebbe fino alla fine del 2020.

In ogni caso, la contrazione sarebbe particolarmente violenta nell’anno in corso, con conseguenze senza precedenti per alcuni settori, come le strutture ricettive, il retail e le filiere del settore automotive.


Da uno studio del CNDCEC effettuato su dati ISTAT relativi all’anno 2019 (2 ), le attività economiche di cui è stata disposta la chiusura per fronteggiare l’emergenza epidemiologica avevano contributo alla formazione del PIL dell’anno scorso per il 34,42% (circa 615 miliardi); quelle rientranti in settori per i quali è stata disposta una chiusura parziale, limitata ad alcune attività soltanto, avevano contribuito per il 23,39% (circa 418 miliardi).

Pertanto il CNDEC ipotizza un crollo del PIL nell’ordine del 60-70% nel periodo di blocco, ossia tra 85 e 100 miliardi per ogni mese di durata del “lockdown”, tenuto conto che anche molte delle attività economiche consentite sono comunque attualmente penalizzate sul lato dei consumi e della domanda.


Secondo invece una simulazione eseguita da Modefinance ( 3), agenzia di rating fintech nata da uno spin-off dell’Università di Trieste che ha condotto l’indagine su di un campione di 187mila imprese italiane (con un fatturato compreso tra 2 e 50 milioni di euro), utilizzando il modello previsionale For-ST (Forecasting-StressTest) nello scenario più negativo il 65% delle aziende italiane sarebbe a rischio di fallimento; rischio che colpirebbe soprattutto le aziende che si collocano nella fascia di rating intermedio (da BBB a B). In caso di scenario moderatamente negativo, invece, l’effetto del Covid-19 raddoppierebbe le probabilità di default.


Probabilmente è ancora presto per capire la reale portata che avrà il Coronavirus sulla nostra economia; allo stato attuale è difficile prevedere la durata della situazione emergenziale, ma ciò che appare sempre più chiaro è che stiamo vivendo uno dei più importanti – se non il più importante – shock che ha colpito il nostro sistema economico nel Dopoguerra. Il temuto “cigno nero” è arrivato.


La crisi di liquidità delle imprese e il Decreto Cura Italia


Nell’immediato uno dei problemi della maggior parte delle imprese è la crisi di liquidità dovuta da un lato al calo – talvolta drastico – del fatturato, dall’altro agli inadempimenti delle obbligazioni in essere. I mancati pagamenti amplificano il contagio finanziario ad altre imprese, con un effetto a catena sull’intera economia, coinvolgendo anche i (pochi) settori non colpiti da questa crisi: ciò può portare in tempi rapidi all’aumento dei crediti deteriorati, estendendo contagio anche al settore finanziario.


Riprendendo lo studio di Cerved già menzionato, secondo lo scenario cauto, potrebbero entrare in crisi di liquidità 124 mila imprese (il 17,2 per cento del campione), raggiungendo un picco a luglio. Secondo lo scenario estremo, il numero di imprese salirebbe a 176 mila (il 33 per cento) entro fine anno. In entrambi i casi, il costo sociale dei fallimenti sarebbe importante: i lavoratori a rischio sarebbero 2,8 milioni nello scenario più cauto e 3,8 milioni in quello pessimista.
Per arginare il problema della crisi di liquidità il D.L. 17 marzo 2020, n. 18 (c.d. “Cura Italia“) ha disposto un incentivo fiscale per la cessione dei crediti deteriorati che le imprese hanno accumulato negli ultimi anni (art. 55). Inoltre all’art. 56 ha previsto la possibilità di una moratoria straordinaria dei prestiti e delle linee di credito concesse da banche e intermediari finanziari a micro, piccole e medie imprese. Moratoria che comunque non si applica alle società per le quali è stato accertato lo stato di dissesto o il rischio di dissesto ai sensi dell’art. 17 del DLGS n. 180/2015 ovvero lo stato di insolvenza ai sensi della legge fallimentare e del nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.


Il Decreto Cura Italia ha altresì previsto (art. 49) alcune agevolazioni per l’accesso al credito delle PMI con misure dirette a potenziare l’utilizzo della garanzia concessa dal Fondo Centrale di Garanzia, istituito con Legge n. 662/96 (art. 2, comma 100, lettera a) e che riduce in modo significativo il livello di rischio a carico del soggetto finanziatore.

Tuttavia la disposizione, al fine di evitare comportamenti fraudolenti delle imprese, alla lettera g), esclude espressamente dalla garanzia le imprese che presentano esposizioni classificate come “sofferenze” o “inadempienze probabili” ai sensi della disciplina bancaria o che rientrino nella nozione di “impresa in difficoltà” ai sensi dell’art. 2, punto 18 del Regolamento (UE) n. 651/2014.

E proprio le situazioni di “inadempienze probabili” rischiano di limitare l’intervento delle banche.


In ogni caso a breve seguiranno altre misure a sostegno dell’economia da parte del Governo: d’altronde lo stesso comma 9 dell’articolo 49 prevede “ulteriori misure di sostegno finanziario alle imprese, anche attraverso il rilascio di finanziamenti a tasso agevolato e di garanzie fino al 90%, a favore delle imprese, o delle banche e degli altri intermediari che eroghino nuovi finanziamenti alle imprese“; misure da emanarsi con decreto del MEF di concerto con il MISE.

Al riguardo più voci si sono levate per l’estensione al 100% del credito della garanzia pubblica sugli affidamenti e finanziamenti alle piccole e medie imprese, attraverso i fondi di garanzia e i confidi o tramite una garanzia regionale.


Il ruolo dello Stato e del sistema bancario


Le misure contenute nel Decreto Cura Italia appaiono lenitive ma non curative se non accompagnate da importanti finanziamenti statali alle imprese, che consentano la prosecuzione dell’attività fino al termine dello stato di emergenza. Europa permettendo (e fra qualche giorno conosceremo la sua risposta) questa appare oggi una misura necessaria.


Recenti studi ( 4) hanno evidenziato come vale la pena investire risorse pubbliche per salvare le imprese: le iniezioni di liquidità necessarie sono notevoli, ma non rendono insostenibile la struttura finanziaria delle imprese e hanno un effetto moltiplicatore per le entrate dello Stato.

Inoltre, l’utilizzo di strumenti analitici – quali
big data e i bilanci delle imprese
– potrà permettere di canalizzare le risorse in modo chirurgico verso le imprese che più ne hanno bisogno, avendo le imprese stesse diversi gradi di calo di fatturato e di riserve finanziarie.


La cerniera tra gli aiuti statali e le imprese è giocoforza costituita dagli istituti di credito, chiamate a svolgere un ruolo delicato. Invero il problema dell’attuale crisi di liquidità inevitabilmente si riverserà sulle banche, sia in tema di npl che andrebbero a pesare sui loro bilanci, con probabili insoluti, sconfinamenti e scaduti che incideranno sul merito creditizio dell’impresa, sia di moratorie sul debito, sia di liquidità da immettere nel sistema economico, sotto forma di crediti commerciali.


I rischi per il sistema bancario saranno molteplici (5 ): anzitutto quello di accordare il credito a imprese già oggi potenzialmente soggette a rischio di insolvenza, ancor più nel caso si verificasse uno scenario di prolungato lockdown e blocco delle attività commerciali;

l’incapacità di adempiere regolarmente alle proprie obbligazioni è uno scenario – come visto – oggi diffuso tra le imprese.

Poi v’è il rischio che i crediti accordati alle imprese siano soggetti, in caso di futuro fallimento delle imprese affidate, alla revocatoria fallimentare, con ricadute in ambito di responsabilità penale (bancarotta e concorso abusivo del credito).


È auspicabile quindi un intervento pubblico su un duplice fronte: da un lato per escludere tali rischi, onde consentire agli istituti di credito di dare credito alle imprese – in questo momento di eccezionale gravità – senza paure di sanzioni penali o altro; dall’altro immettendo liquidità nel sistema economico, attraverso le banche stesse, anche con la ricapitalizzazione di quelle che si troveranno in difficoltà, ma con l’obbligo di concedere gli affidamenti alle imprese per la ripartenza.


Al riguardo è auspicabile la sospensione, per un periodo di tempo limitato all’emergenza, dei tanti vincoli che limitano la sfera d’azione degli istituti di credito: basti pensare alle regole di compliance, che appesantiscono l’istruttoria per la concessione di un credito, ad alcune norme di Basilea 3 e ai dettami della BCE, che rendono difficile per gli operatori finanziari operare rapidamente e con libertà di movimento in tale contesto emergenziale.

È auspicabile altresì la sospensione della segnalazione in centrale rischi, almeno per un periodo di sei mesi, per evitare che situazioni contingenti portino alla definitiva fuoriuscita di imprese, sane prime dell’emergenza Covid-19, dal sistema economico.

Inoltre, potrebbero finalmente essere liquidati i crediti commerciali e tributari che le imprese vantano nei confronti della pubblica amministrazione (circa 45 miliardi) e sospesi gli aggiornamenti obbligatori del documento unico di regolarità contributiva, onde permettere alle aziende con difficoltà nella liquidità, e quindi nei versamenti, di non perdere commesse e alla PA di bloccare i pagamenti.


Il MEF potrebbe coordinare un tavolo tra i vari operatori, istituti di credito e rappresentanze delle aziende, anche al fine di supervisione e controllo.

GLI AGGORMENTI DEL PROSSIMO APPUNTAMENTO

La moratoria “generale” per le obbligazioni contrattuali, la sospensione delle regole civilistiche a presidio del capitale sociale, la (necessaria) posticipazione dell’entrata in vigore di tutto il codice della Crisi, la “sospensione” dei fallimenti ed infine alcune riflessioni sull’istituto della continuità aziendale come principio-fine dei concordati

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(1) Cfr. Cerved Industry Forecast, L’impatto del COVID-19 sui settori e sul territorio, marzo 2020, in www.cerved.com.
(2) Si v. Redazione economia, Coronavirus, commercialisti: lockdown provocherà crollo Pil del 60-70%, 27.3.20, in www.corriere.it.
(3) Cfr. Redazione Ansa, Modefinance, 65% pmi italiane a rischio, 23.3.20, www.ansa.it.
(4) Cfr. F.SCHIVARDI, Come evitare il contagio finanziario alle imprese, 24.3.20, in www.lavoce.info.
(5) Come osservato da P.RINALDI, Liquidità, manleva sulle responsabilità delle banche, in IlSole24Ore del 26.3.20




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