Ci sono stati “alcuni sporadici casi di colleghi sanzionati sul presupposto che recarsi in studio non sia un comprovato motivo di lavoro”. Lo ha scritto il presidente dell’Ordine degli avvocati milanesi Vinicio Nardo in una lettera inviata nei giorni scorsi al Prefetto di Milano in cui si chiedeva di “dare direttive affinché sia tenuto conto delle specifiche esigenze degli avvocati impegnati in attività di difesa”.

Nardo nella missiva ha chiarito che “mentre i provvedimenti governativi esplicitamente considerano aperti gli studi legali, quelli regionali hanno circoscritto il diritto di accesso alle attività urgenti, da ultimo aggiungendovi anche la possibilità di ricevere i clienti nello studio”. E ha spiegato ancora che “gli avvocati si sono generalmente organizzati per lavorare da casa, accogliendo le indicazioni valevoli per tutti cittadini, e si recano in studio solo per casi di necessità impellente”. Ad esempio, “quando debbano prendere un fascicolo da studiare ovvero eseguire attività telematiche che non riescono a compiere da casa”.

Il prefetto di Milano, Renato Saccone. in risposta ha confermato, ritenendolo “condivisibile”, ciò che ha scritto anche il Prefetto di Sondrio, ossia che gli avvocati possono andare in studio “per reperire documentazione e fascicoli” e che entro questi limiti i loro spostamenti sono giustificati per “adempimenti indifferibili e urgenti”. Ovviamente “tale modalità” va adoperata nell’ottica, comunque, di “limitare il più possibile gli spostamenti”.




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